Seconda Riflessione

Quale futuro per l'umanità

La teoria dell’evoluzione di Darwin e le ricerche delle neuroscienze sul cervello hanno dimostrato l’esistenza di una coscienza nei primati e nell’uomo, che è stata definita “primaria”. A differenza dei primati, tuttavia, l’uomo possiede un altro tipo di coscienza, che lo rende cosciente della propria coscienza, che è stata definita “coscienza di ordine superiore”. 

E’ proprio la coscienza di ordine superiore che conferisce all’uomo la capacità di creare la scienza, la tecnologia, l’arte, l’etica e la religione. Ciò avviene in un lungo processo evolutivo in cui l’uomo acquisisce il linguaggio e il sé collettivo. Impara a sopravvivere in un ambiente ostile e crea, con la religione, un mondo popolato da spiriti parallelo a quello reale. Sviluppa le capacità razionali (la matematica e la logica) che gli consentono di conoscere l’universo di cui egli è parte. 

Questa visione unitaria della conoscenza umana è stata, in epoche diverse, denominata “illuminismo”, volendo intendere un progetto di unificazione del sapere per il miglioramento dell’umanità A essa io aderisco con le specificazioni che emergeranno nel seguito del discorso. 

 Nel fare ciò, io adotterò il punto di vista scientifico per rispondere alle domande: Qual è l’origine dell’uomo? Che cos’ è l’uomo? Dove sta andando l’umanità. Non è tanto importante il tipo di risposta, quanto, piuttosto, la risposta stessa. 

Da dove veniamo? Qual è l’origine dell’uomo? Quando e perché emersero le caratteristiche che ci rendono così come siamo e unici nei confronti di tutte le altre specie che vivono sulla Terra? Scartata l’”ipotesi della creazione” che appartiene alla teologia, la risposta va ricercata nelle conoscenze acquisite dalla scienza, che consentono un viaggio a ritroso per ricostruire la storia evolutiva dell’uomo. Al riguardo, esistono teorie scientifiche  accreditate circa la nascita della vita sulla Terra circa quattro miliardi di anni fa, insieme con la teoria dell’evoluzione di Darwin, introdotta nel 1859, per spiegare come da un essere unicellulare si siano sviluppate tutte le specie viventi. Da una di esse, le scimmie antropomorfe, ha avuto origine l’uomo.

La storia evolutiva dell’uomo ha mostrato il ruolo e la straordinaria importanza del cervello. Il cervello ha creato la coscienza di ordine superiore (la coscienza della coscienza) e questa, a sua volta, ha creato la cultura, che ha consentito all’uomo di inventare la scienza, la logica, l’arte e la religione. L’uomo è, perciò, una scimmia pensante. 

 

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove stiamo andando? 

La vita sulla Terra ha origine da fenomeni rigorosamente chimici che, in virtù della loro natura, dovevano necessariamente verificarsi, nelle condizioni fisico-chimiche prevalenti e nei luoghi in cui si produssero, in maniera puramente deterministica. 

La vita sulla Terra inizia con un essere unicellulare, che può essere considerato il progenitore di tutti gli organismi viventi, dai batteri, ai funghi, alle piante, agli animali, compreso l’uomo. Si deve a Darwin e alla sua teoria dell’evoluzione, se oggi siamo in grado di spiegare scientificamente come ciò sia avvenuto. Da dove veniamo? Da questo essere unicellulare primigenio.

Chi siamo? Il prodotto di questa evoluzione naturale che fa di noi una “scimmia pensante”. Una scimmia che è stata dotata dalla natura di una coscienza di ordine superiore, che gli ha dato la capacità di creare la cultura in tutte le sue manifestazioni, dalla scienza alla religione. 

Dove stiamo andando? La risposta è più complessa poiché riguarda le previsioni circa il futuro dell’umanità. Nel delineare tali previsioni, prenderò in esame i due livelli che ritengo fondamentali: quello che sta alla base, rappresentato dall’evoluzione, e quello che sta al vertice, rappresentato dalla religione. Io sono convinto che, solo ricercando in questi livelli di conoscenza, sia possibile diradare le nebbie che avvolgono oggi l’umanità per comprenderne le linee di sviluppo futuro.

Prima di scrutare il futuro, tuttavia, è importante sapere dove ci troviamo adesso. Al riguardo, una domanda s’impone: la selezione naturale agisce ancora come guida dell’evoluzione? La risposta può essere sì e no in quanto dipende dal punto di vista che assumiamo. 

Un tratto indubitabile del mondo in cui viviamo è dato dall’omogeneità causata dall’immigrazione e dall’ibridazione. Nella storia recente dell’umanità, vi sono stati periodi in cui tale processo di omogeneizzazione si è verificato con particolare intensità. Si pensi, ad esempio, alla conquista del Nuovo mondo, quando schiavi africani vi furono portati forzatamente o alla colonizzazione dell’Australia e dell’Africa da parte di Stati europei. 

La miscelazione in atto tra le varie razze non è, tuttavia, di per sé in grado di pilotare sistematicamente l’evoluzione dell’uomo in una o nell’altra direzione. Ciò è dovuto al fatto che, grazie ai risultati straordinari ottenuti nella biologia genetica e molecolare, fra non molto i cambiamenti ereditari non dipenderanno più dalla selezione naturale ma dalle scelte sociali che adotteranno i governi. L’umanità, disponendo di una conoscenza scientifica estremamente precisa della struttura genetica umana, potrà decidere, se lo vorrà, di evolversi diversamente da come ha fatto la natura finora. Diversamente, potrà decidere di non fare nulla, lasciando la natura libera di operare come ha già fatto per milioni di anni.

La conoscenza che abbiamo dell’uomo ci consente di prevedere che la prima alternativa è la più probabile. Si tratta di stabilire, in tal caso, se la sostituzione dell’uomo alla natura sarà totale o parziale. Una cosa è certa: gli scienziati stanno compiendo esperimenti d’ ingegneria molecolare che consentiranno di alterare i geni nella direzione voluta sostituendo frammenti di DNA. E’ plausibile ritenere, perciò, che, entro cinquant’anni, si riesca a comprendere nei minimi dettagli non solo le dinamiche che presiedono la nostra ereditarietà, ma anche l’interazione tra geni e ambiente per la produzione di un essere umano “nuovo”. 

Se questi progressi della conoscenza scientifica saranno realizzati, anche solo parzialmente, l’umanità si troverà nella condizione di poter controllare il suo destino ultimo. Essa potrà decidere di modificare non solo l’intelligenza e l’anatomia dell’uomo, ma anche le emozioni e la creatività. A quel punto, l’uomo potrà veramente sentirsi simile a Dio. 

La storia evolutiva dell’uomo non dipende più dalla natura ma dallo stesso uomo, che sarà costretto ad affrontare scelte intellettuali ed etiche decisive, tutte orientate a dare risposta al quesito: qual è il limite consentito per mutare noi stessi e i nostri discendenti? La risposta risiede nel tipo di mutazione che si vuole proporre. Se attraverso la genetica e la biologia molecolare si proponesse di debellare tutte le malattie che da sempre affliggono l’umanità, nonostante qualche esitazione iniziale (penso all’opposizione della Chiesa cattolica all’uso di cellule staminali embrionali), alla fine tutti potrebbero essere d’accordo. Il vantaggio di condurre una vita senza malattie incurabili sarebbe evidente a tutti gli uomini. Inoltre, ciò avrebbe la conseguenza di allungare la vita. Nascerebbero, indubbiamente, complessi problemi sociali, ma il desiderio di vivere più a lungo sarebbe soddisfatto.

Se, tuttavia, si volesse cambiare la natura umana per potenziarne alcune caratteristiche, come le capacità matematiche e logiche, i talenti atletici o la potenza sessuale, potrebbero insorgere profondi e insanabili conflitti. Chi ha l’autorità di decidere si troverebbe, inizialmente, di fronte al dilemma: ridurre le diversità per sviluppare la compatibilità oppure aumentare la diversità per creare campi di alta specializzazione? Inoltre, lo sviluppo di alcuni tratti della natura umana sarebbe a favore di alcuni e contro altri. Chi avrà il potere di decidere? Se vi sarà opposizione a tali decisioni, in che modo e con quali mezzi le decisioni saranno imposte? Con la convinzione o con la violenza? La risposta a tali quesiti dipenderà, principalmente, dalla forma del governo che dovrà decidere. Se è quella democratica, ogni cittadino avrà il diritto di esprimere liberamente le sue idee e le sue convinzioni, le quali potrebbero essere diverse ed opposte a quelle di altri cittadini che hanno lo stesso diritto. In tal caso, il conflitto nascerebbe già alla base dell’organizzazione dello Stato. Il conflitto salirebbe verso l’alto, fino a coinvolgere le sue massime istituzioni. In tale contesto, i partiti e i movimenti politici si farebbero interpreti delle richieste particolari e renderebbero, avendone la forza, i conflitti ancora più violenti. Da questo quadro emerge che le istituzioni politiche e sociali, che dovrebbero decidere in quale direzione orientare il cambiamento della natura umana, sono incapaci di prendere al riguardo una qualsiasi decisione. La conflittualità e l’incapacità di prendere decisioni trovano la massima espressione in uno Stato democratico. 

Comunque siano fatte le scelte sociali e politiche una cosa è certa: l’Homo sapiens sta per affrancarsi dalla selezione naturale. D’ora in avanti, l’evoluzione della specie umana sarà decisa dalla scienza, dalla tecnologia, dall’etica e dalle scelte politiche. L’umanità ha raggiunto uno stadio del suo sviluppo in cui, guardando dentro se stessa, potrà decidere cosa diventare. Da qui l’interrogativo finale: verso quali fini, ammesso che ve ne siano, deve tendere l’umanità?

I fini dell’umanità, tuttavia, non possono essere i fini dei singoli soggetti che compongono la società. Questi fini, a causa delle loro eterogeneità, saranno sempre in conflitto e condurranno, nella migliore delle ipotesi, ad una situazione di stallo. In assenza di un’alternativa valida, essi condurrebbero inevitabilmente alla distruzione della specie umana. Esiste un’alternativa valida? In quali ambiti? Nell’ambito politico, per le ragioni che espliciterò successivamente, l’alternativa è quella del tiranno illuminato.  Nell’ambito della più alta espressione della conoscenza di ordine superiore, l’alternativa è quella della religione.

La religione è l’unica e vera espressione universale della conoscenza umana. Dal momento in cui fa la sua apparizione circa 500.000 anni fa, tutti gli aggregati sociali, dai più semplici ai più complessi, l’hanno creata e si sono sottomessi a essa. Nessun’ altra attività dell’intelletto umano può vantare una così grande diffusione, in tutti i tempi e in tutte le regioni della Terra. 

Una causa di ciò va ricercata nella sua capacità d’interpretare non solo il bisogno d’immortalità degli esseri umani ma anche il desiderio di uscire dall’angoscia della vita quotidiana. Possiamo dire che la religione è la carta vincente dell’evoluzione, che contribuisce, in maniera forte, alla sopravvivenza della specie umana.

La religione, tuttavia, è all’origine di guerre sanguinose e di conflitti insanabili. Fin dai tempi più antichi, nel nome di un Dio, sono state scatenate violenze di ogni tipo.  L’umanità è stata costretta a vivere in uno stato quasi perenne di bellicosità. Se consideriamo gli ultimi diecimila anni della storia umana, troviamo che la maggior parte del tempo è stata impiegata per combattere e che, in tempi di pace, sono state preparate nuove guerre. Da questo punto di vista, possiamo definire l’uomo come un “essere belligerante”.

A questo punto, s’impone la domanda: com’ è possibile sanare la contraddizione tra il ruolo positivo (il sostegno alla sopravvivenza) e il ruolo negativo (le guerre) della religione? Esiste una tale possibilità? Prima di rispondere a tali quesiti, riconsideriamo il discorso sulla saggezza. Generalmente, per “saggezza” s’intende la capacità dell’uomo di trovare un punto di equilibrio tra le sue motivazioni razionali ed emozionali. Ciò significa che l’uomo, nel fare le sue scelte, deve prendere in considerazione non solo la ragione ma anche le basi emotive, passionali e irrazionali delle sue esperienze di vita. Chi volesse, perciò, esercitare la saggezza dovrebbe ricercare tale punto di equilibrio.

Se applichiamo questa nozione di “saggezza” alla religione e alle sue contraddizioni, che situazione abbiamo? E’ in grado la religione di trovare un punto di equilibrio tra le diverse motivazioni che caratterizzano oggi l’umanità? Essendo universalmente diffusa in tutte le regioni della Terra, sarebbe essa in grado di trovare una base minima comune a tutte le sue diverse ed eterogenee manifestazioni? Solo una religione universale potrebbe rispondere con autorità alle sfide che vengono dalla richiesta di definire una nuova “immagine” dell’uomo, dopo che l’uomo stesso ha licenziato la natura e si è sostituito a essa.

Sulla possibilità di creare, su basi minimali, una religione universale, andiamo a vedere che cosa pensano i più autorevoli esponenti delle stesse religioni .

In Italia, dopo il Concilio Vaticano II, si è cominciato a parlare di “ecumenismo”, intendendo con tale termine  un movimento spirituale che tende all’unione di tutte le chiese cristiane. Soprattutto con il pontificato di Giovanni Paolo II si è avuto un certo sviluppo di tale movimento. Attualmente, il progetto che mira all’unione delle chiese cristiane resta un desiderio difficilmente realizzabile. In ogni caso, anche se lo fosse, sarebbe limitato alle sole chiese cristiane e lascerebbe fuori tutte le altre chiese che rappresentano la maggior parte dell’umanità.

I rappresentanti delle più importanti religioni del mondo diventano consapevoli del fatto che l’ecumenismo, esteso anche alle altre religioni, è un’aspirazione di difficile attuazione, poiché le singole religioni, invece di partecipare a un progetto unitario e armonico, ripropongono con vigore le rispettive specificità dottrinali. Comincia così a farsi strada l’idea che, per risolvere i mali che affliggono l’umanità, sia necessario abbandonare il progetto unitario basato sulle religioni, per intraprendere quello basato sull’etica. Se le religioni hanno fallito tale obiettivo, allora si ricerchi una soluzione nell’etica, sperando che la via da percorrere, indebolita sul piano teologico, possa essere più semplice da attuare. Ed è così che il Parlamento delle religioni mondiali, riunito a Chicago nel settembre del 1993, approva la Dichiarazione per un’etica mondiale, vedendo in essa il requisito minimale per instaurare un consenso tra i rappresentanti delle diverse religioni, allo scopo di progettare il risanamento spirituale, etico e materiale dell’umanità.

I rappresentanti di tutte le religioni del mondo (cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, cristiani ortodossi, induisti, buddisti, giainisti), preso atto che il nostro mondo sta attraversando una crisi fondamentale che investe l’economia, la politica, l’ecologia hanno approvato la suddetta Dichiarazione, che viene commentata dal teologo Hans Kung.

Quali caratteristiche dovrebbe presentare un’etica basata su ciò che già ora è comune alle religioni del mondo? Gli estensori della Dichiarazione ritengono che esse consistano in “una regola aurea” e in “quattro imperativi”.

La regola aurea esprime un principio che da millenni si trova in molte tradizioni religiose dell’umanità: “Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te”. Questa regola, immutabile e incondizionata, dovrebbe valere per tutti gli uomini, senza differenza di età, di sesso, di razza, di colore della pelle, di lingua, di religione, di convinzione politica, di origine nazionale o sociale. 

I quattro imperativi fondamentali sono: non ucciderenon rubarenon mentirenon commettere atti impuri.

L’etica mondiale delle religioni non deriva, come lo stesso Kung ha precisato nella Premessa, da una religione mondiale unitaria e neppure da un sincretismo di tutte le religioni. Quella dell’unità (o intersezione o sincretismo o riduzione a denominatore comune) di tutte le religioni è una tesi che più volte ha affascinato i filosofi, vedendo in essa una possibilità per instaurare un ordine armonico tra le religioni stesse. Ma tale possibilità, se stimolante sul piano teorico, risulta di difficile attuazione. Tuttavia, rinunciando a percorrere questa via, quale alternativa resta valida? Le soluzioni possibili sembrano due: o ci si rassegna allo stato attuale delle relazioni conflittuali tra le religioni oppure si ricerca una nuova strada, la quale, senza rinunciare alla specificità delle singole religioni, ne consenta la reciproca tolleranza, in vista di un afflato ecumenico che forse nel futuro potrà essere realizzato. E’ questa la via scelta e percorsa dallo stesso Kung nell’opera Teologia in cammino, ove egli affronta il problema delle relazioni tra le religioni partendo dal concetto di “verità”. 

Di fronte al problema di superare i mali che affliggono oggi l’umanità, tra cui la creazione di una nuova “immagine” dell’uomo, le religioni hanno dichiarato la loro impotenza ed hanno espresso la fiducia in un’etica mondiale. Tale etica è, però, realizzabile? La regola aurea e i quattro imperativi proposti nella Dichiarazione di Chicago possono superare le difficoltà insite alle dottrine teologiche delle religioni? Sì, se l’etica prefigurata diventa operativa. Sono solo due le possibilità affinché ciò avvenga: che l’etica sia intenzionata o imposta. Intenzionare una concezione etica significa portare i suoi principi, imperativi e norme nella propria coscienza e farli assurgere a ragioni delle proprie azioni. Le azioni dell’uomo trovano allora una giustiticazione nell’etica intenzionata. 

Qual è la probabilità che l’umanità intera intenzioni la concezione etica proposta nella Dichiarazione? La risposta inequivocabilmente è: zero. Da ciò segue che la proposta di costituire un’etica mondiale è di per sé affascinante e di enorme valore ideale, ma essa è un sistema teorico di scarsa utilità pratica. Se la religione è incapace di risolvere le sfide presenti e future dell’umanità, allora anche l’etica rivela la stessa incapacità. 

Se la possibilità di agire nel presupposto di un’etica condivisa è molto scarsa, qual è la probabilità di attuazione di un’etica imposta? Chi ha la capacità d’imporre una concezione etica? La risposta va ricercata nelle forme di governo. Al tempo presente, è in atto un processo che tende a estendere in tutti i paesi del mondo i principi e le regole della democrazia, nella convinzione che, solo in tal modo, si possa garantire a tutti gli uomini il godimento dei diritti soggettivi e sociali. 

La democrazia è veramente in grado di definire la nuova immagine dell’uomo? E’ proprio nell’esercizio dei diritti acquisiti che ogni uomo vuole partecipare, esprimendo il suo personale punto di vista, alle decisioni riguardanti il suo futuro. Se la decisione da prendere riguarda la nuova immagine di uomo, da creare con le tecniche più avanzate della genetica e della biologia molecolare, la diversità di opinioni al riguardo sarà enorme. Al limite, ogni uomo potrebbe avere la sua opinione, che cercherebbe di far prevalere sulle altre poiché in essa lui crede. Il risultato sarebbe una specie di “torre di babele”, in cui tutti parlano ma nessuno comprende ciò che gli altri dicono. Sarà mai possibile prendere una qualsiasi decisione in tali condizioni, soprattutto se si riferisce al futuro dell’umanità? Francamente, ritengo di no.

Se anche la democrazia rivela la propria impotenza, che fare? Rassegnarsi ad un destino che preannuncia l’estinzione della specie umana o continuare a ricercare una soluzione alternativa valida? 

Chi scrive crede nell’etica e nella sua capacità di unire gli uomini intorno ad un progetto futuro, ma tale progetto, per esprimere il bene comune, se necessario, deve essere imposto. Se non può essere imposto da uno Stato democratico, allora bisogna guardare a una diversa fonte di potere statale. Io credo che esista una sola possibilità, che è rappresentata dal Tiranno illuminato. Il tiranno di cui qui si parla non è il tiranno che abbiamo conosciuto nella storia dell’umanità nelle sue diverse apparizioni, dal tiranno di Siracusa a Hitler. Il Tiranno illuminato è un uomo dotato di grande carisma, di eccezionali doti intellettive e di profonda saggezza. Egli deve saper coniugare la ragione con le emozioni, che sono i pilastri che sorreggono l’uomo integrale. Egli deve essere in grado di comprendere i bisogni materiali dell’umanità, ma deve anche saperli plasmare con i più alti valori spirituali (il vero, il bene, il bello, il giusto). Un uomo con queste qualità governerà non con il terrore ma con il consenso poiché tutti riconosceranno e accetteranno la sua guida illuminata. Un uomo così potente, autorevole e saggio saprebbe in quale direzione orientare i cambiamenti genetici per la creazione dell’uomo nuovo. L’umanità eviterebbe il rischio dell’autodistruzione solo sottomettendosi alla sua guida illuminata.

Il Tiranno illuminato, tuttavia, non nasce dal nulla o dalla mente di Giove come Minerva. Il suo avvento deve essere preparato già da ora da uomini di qualità, senza distinzione di sesso, colore della pelle, razza, lingua, religione e cultura, che io chiamo “Illuminati”. Sono proprio loro che creeranno le condizioni storiche e sociali da cui emergerà, al momento giusto, colui che dovrà assurgere a Guida Suprema dell’umanità.

Si potrebbe obiettare che un uomo come quello che ho delineato non esiste. Anche se esistesse, dovrebbe emergere dal livello piatto della democrazia. Come potrebbe, infatti, un uomo che vive in uno stato democratico, ove esiste la tendenza a livellare tutti, acquisire il potere e l’autorità per governare il mondo come Tiranno illuminato? In condizioni normali, sarebbe impossibile. Ma le condizioni in cui versa oggi l’umanità stanno degenerando gradatamente, per cui è facile prevedere che si arriverà ad un punto in cui le regole sociali saranno rotte e si scivolerà inevitabilmente nell’anarchia. A quel punto, come Aristotele ha sostenuto, il superamento dell’anarchia sarà possibile solo con la creazione del tiranno, cui si delegheranno tutti i poteri a condizione che egli riporti l’ordine nella società. E’ solo in questo stadio dell’umanità che potrebbe fare la sua comparsa il Tiranno illuminato. A differenza di tutti gli altri tiranni, egli, dotato delle qualità già descritte, potrà orientare l’evoluzione della specie umana. Sarà lui, e solo lui, assistito da scienziati, a decidere come creare l’uomo nuovo. Il tempo del suo avvento, tuttavia, non è vicino. E’ possibile, pertanto, che l’umanità, sprofondata nell’anarchia più pura, non riesca a sopravvivere.

Ritornando alla storia dell’uomo, sembrerebbe che l’evoluzione avesse privilegiato la ragione e non la saggezza. Con la ragione, infatti, l’umanità ha potuto creare la scienza e le civiltà. Non ha saputo, purtroppo, esercitare la saggezza necessaria per gestire le sue creazioni. 

Dall’indagine fin qui svolta, emerge la possibilità che la nostra linea evolutiva si estingua come quelle di tutte le altre specie. Nell’evoluzione biologica, l’estinzione è la regola e non l’eccezione. Che anche la nostra specie possa estinguersi è un’eventuale che ci preoccupa, ma rientra nell’ordine naturale delle cose. E’ probabile che il nostro cervello, che ha originato il nostro successo, possa anche determinare la nostra estinzione. 

Se dovesse accadere una cosa del genere, forse potrebbe essere possibile che l’evoluzione riprendesse dapprincipio, in condizioni più favorevoli, il suo corso. Anche se l’Homo sapiens dovesse andare irrimediabilmente perduto con tutta la sua scienza e con tutte le sue civiltà, resterebbe ancora tempo affinché l’evoluzione ricominciasse l’avventura possibilmente con un finale più favorevole. I cosmologi ritengono, infatti, che la Terra potrebbe ancora ospitare la vita per ancora 2-5 miliardi anni, fino a quando l’espansione del sole la renderà definitivamente inospitale. Il nuovo viaggio potrebbe iniziare con un primate o con animale di un ramo inferiore, che però potrebbe ascendere al di sopra dell’attuale livello umano in virtù di una più armoniosa combinazione di geni che privilegiasse non solo l’intelligenza ma anche la saggezza. Una prospettiva come questa è di scarso conforto ma potrebbe servire da ammonimento ai nostri discendenti affinché facciano del cervello un uso migliore di quello che ne abbiamo fatto noi. In caso contrario, l’estinzione della specie umana sarà inevitabile.

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