Prima Riflessione

Religione, Etica e Società

Lo scopo di questo saggio è quello di mostrare le strette relazioni che intercorrono tra la religione, l’etica e la società.

La relazione fondamentale è quella tra religione e società, che può essere intesa in due differenti modi: a) diretta e b) mediata dall’etica.

Per esplicitare la relazione diretta, è necessario stabilire il significato che attribuiamo alla “religione”, la quale può essere intesa secondo due punti di vista diametralmente opposti: a) il punto di vista teologico e b) il punto di vista evoluzionistico.

Secondo il primo punto di vista, la religione trova espressione in una dottrina teologica, che enuncia le caratteristiche della divinità.

Il secondo punto di vista vede, invece, la religione come il prodotto dell’evoluzione naturale dell’uomo, reso possibile dalla coscienza di ordine superiore, che emerge dal cervello.

La teoria dell’evoluzione di Darwin e i risultati delle neuroscienze sul cervello, combinandosi, hanno gettato tanta luce sull’origine del senso religioso nell’uomo.

La storia evolutiva degli esseri umani è stata caratterizzata da un aumento del cervello, che ha reso possibile l’emergere della coscienza sia primaria sia di ordine superiore. La coscienza di ordine superiore, a sua volta, ha favorito la nascita del linguaggio, dell’intenzionalità e della cultura. La cultura si è manifestata con la scienza, l’arte, la morale e la religione. La religione rappresenta, in tutte le culture umane e in tutti i tempi, l’espressione più alta e universale della capacità creativa dell’uomo. 

La sua universalità discende dal fatto che, nella linea evolutiva dell’uomo, tutti i gruppi umani finora conosciuti hanno avuto una credenza nell’esistenza di un mondo spirituale, parallelo e distinto da quello reale, e hanno praticato riti e recitato preghiere, destinati non solo a placare ma anche ad accattivarsi la benevolenza delle entità spirituali e invisibili che popolano quel mondo, per indurli a rivolgere il loro sguardo misericordioso sugli esseri umani afflitti da continue sofferenze.

La capacità di concepire la religione è una prerogativa esclusiva degli esseri umani. Infatti, non esiste la pur minima testimonianza che altre specie viventi sulla Terra abbiano qualcosa che possa essere lontanamente assomigliare alla religione. Questo non si deve soltanto al fatto che le altre specie non abbiano il linguaggio. Il linguaggio non è necessario per far nascere la religione. Lo diventa quando si vogliono definire formalmente le credenze religiose specificando la natura della divinità in cui si crede e le caratteristiche del mondo ultraterreno verso cui si anela.

Sapendo che noi uomini siamo il prodotto dell’evoluzione, dovremmo chiederci quali pressioni selettive abbiano favorito la nascita dell’impulso religioso. Se la religione esiste ed è universale, qual è allora il vantaggio evolutivo che da essa deriva? Il comportamento religioso a che serve? Perché uomini e donne, in tutte le età, s’inginocchiano, si flagellano, uccidono e si lasciano uccidere nel nome di dio?

Io ritengo che il vantaggio selettivo della religione, che ha indotto la natura a farla sopravvivere, stia nella sua capacità di favorire la coesione tra gli uomini e d’imporre il controllo sociale sui gruppi organizzati.

A queste conclusioni si arriva se ci domandiamo perché la religione abbia una presa così forte sulla nostra specie mentre non ha alcun riscontro nel regno animale. Perché noi umani, che abbiamo sviluppato al massimo grado le capacità razionali con la logica e la matematica, ancora oggi finiamo per cedere alle richieste di condivisione di un mondo spirituale, completamente inventato da uomini di grande carisma e comunicabilità, fino al punto da sacrificare la nostra vita? La risposta non può che essere una: la religione è l’unica possibilità che abbiamo di uscire da una vita quotidiana fatta di stenti, di pericoli e di sopraffazioni. E’ probabile, quindi, che l’evoluzione della religione si debba al fatto che essa è un meccanismo utile per tenere uniti i gruppi sociali e garantire che i loro membri lavorino insieme per il bene comune.

La religione, infatti, sviluppa il senso di appartenenza al gruppo sociale: i membri che appartengono a un gruppo religioso organizzato fanno anche parte  di un gruppo sociale più ampio (politico, economico) e usano i vincoli religiosi per rafforzarlo. Ma in base a che cosa si crea il senso di appartenenza? La risposta è semplice: mediante la condivisione di un mondo ultraterreno  popolato da spiriti che ci dispensano  sostegno e privilegi, ove noi andremo dopo la morte del corpo. Ecco l’idea vincente  per uscire da una vita terrena  che è fonte di angoscia e di pericolo. La credenza in un mondo parallelo a quello quotidiano non risolve la condizione umana, ma aiuta l’uomo ad affrontarla meglio, sapendo che alle sofferenze in questa vita corrisponderanno le beatitudini nell’altra.

Fin dai tempi più antichi, vi è sempre stato chi ha saputo interpretare tale tendenza religiosa e convogliarla verso mete più o meno nobili. Dallo sciamano delle religioni primitive ai creatori delle grandi religioni monoteistiche e profetiche (Mosè, Gesù, Maometto), che oggi dominano su quasi tutto il mondo, gli esseri umani si sono sempre dimostrati disponibili a seguire ciecamente i pifferai magici. Questa situazione contiene già tutti gli elementi che renderanno possibile lo sviluppo delle religioni istituzionali. Lo sciamano diventa colui che è dotato di poteri magici, che può controllare sia il mondo terreno sia quello ultraterreno, che può fare miracoli a favore dei poveri esseri umani, che può favorire il passaggio dei morti verso l’aldilà: Le condizioni ci sono tutte: è sufficiente fare un altro passo per giungere alle gerarchie ecclesiastiche e al complesso apparato di governo dell’autorità religiosa.

Tutte le religioni, oltre all’idea di sopravvivere oltre la morte del corpo, hanno sempre svolto un potente ruolo coercitivo sui loro adepti, per rafforzare la loro sottomissione alla credenza da loro imposta. Ciò, purtroppo, ha avuto il significato di guerre contro coloro i quali avevano un’altra credenza religiosa.

Comincia così a delinearsi l’altro aspetto fondamentale della religione, che è strettamente connesso al senso di appartenenza e alla coesione dei gruppi umani: il controllo sociale. La condivisione di una credenza religiosa opera come fattore di coesione del gruppo, ma tale coesione, una volta creata, ha bisogno di essere mantenuta nel tempo. Ciò è possibile solo a condizione che i membri del gruppo continuino ad agire in conformità alla credenza stessa. Se, viceversa, all’interno del gruppo cominciano a esistere credenze diverse, allora l’intero gruppo religioso corre il rischio di diventare conflittuale ed eventualmente estinguersi. Per mantenere lo stato di cose esistente, pertanto, è necessario esercitare un controllo continuo sui membri per verificare, istante dopo istante, se sussiste ancora la fedeltà verso la credenza condivisa. E’ chiaro che questo tipo di controllo sociale non può essere esercitato che dai rappresentanti della classe dominante, che traggono vantaggio dal mantenimento dello stato di cose esistente. I cambiamenti, viceversa, si danno quando un uomo di grande carisma e autorevolezza rompe alcune regole del gioco religioso e avvia una nuova credenza. Tipico esempio è Gesù di Nazareth, il quale, rifiutando alcuni principi fondamentali dell’Ebraismo, dà origine a una nuova religione.

La religione, nell’esercitare la sua autorità nella società, si avvale di potenti strumenti, come l’immortalità, la metafisica e il misticismo.

L’immortalità, ossia la promessa di una vita dopo la morte, insieme con un forte senso di appartenenza che genera coesione sociale, è la carta vincente della religione nella storia evolutiva dell’uomo. Superata la prima fase delle origini, la religione perfeziona la sua dottrina e il suo potere. La sua primitiva forma di rappresentazione consiste generalmente in un mito della creazione, che spiega com’è iniziato il mondo e come i prescelti che ne condividono la credenza vi possono arrivare. Quasi sempre, si danno istruzioni e formule segrete cui possono accedere solo gli adepti (per esempio, la cabala ebraica). L’autorità e il potere discendono dall’alto verso il basso, secondo molteplici livelli d’illuminazione. Si scelgono luoghi sacri in cui invocare la divinità, praticare riti e perfezionare se stessi. Si ribadisce la verità della propria credenza e la condanna delle credenze altrui.

La religione si nutre della metafisica. Con il passare del tempo, evolvono le capacità razionali della coscienza di ordine superiore (la coscienza della coscienza, messa in evidenza dalle neuroscienze), che preparano la nascita della filosofia in Grecia nel VI° secolo a.C. Il mito, che aveva sorretto la religione , cede il passo alle concezioni razionali della realtà proposte dalla filosofia. Il rapporto tra religione e filosofia in Grecia assume, tuttavia, un significato del tutto particolare, per comprendere il quale è necessario esaminare le modalità di manifestazione della religione. Esistevano allora due forme di religione: quella pubblica (costituita dagli dei dell’Olimpo) e quella misterica. La presenza di una religione misterica in Grecia è il segno più evidente che la religione ufficiale e pubblica era incapace d’interpretare l’esigenza di un autentico senso religioso. Si deve proprio a una religiosa misterica, l’orfismo, un’influenza determinante sulla nascente filosofia.

Gli orfici, che consideravano il poeta tracio Orfeo il fondatore dei loro misteri intorno al VI° sec. a.C., s’ispiravano a un insieme di credenze che formavano nel complesso una dottrina religiosa. Essi credevano che nell’uomo vi fosse un principio divino, il dèmone, costretto a vivere nel corpo per espiare una colpa originaria. Questo dèmone era immortale, per cui, dopo la morte del corpo, era destinato a reincarnarsi in altri corpi fino all’espiazione totale della colpa. Il ciclo delle reincarnazioni poteva essere abbreviato da pratiche rituali di purificazione. Solo gli iniziati alla vita orfica, dopo la morte del corpo, meritavano il premio dell’aldilà.

La religione misterica degli orfici è di fondamentale importanza per lo sviluppo del pensiero greco, non tanto per la dottrina della reincarnazione che sarà successivamente ripresa da Platone, quanto, piuttosto, per la concezione dualistica secondo cui il dèmone equivale  all’anima, mentre il corpo è il  luogo della sua espiazione. Per la prima volta, l’uomo è inteso come connubio di due principi contrapposti: l’anima immortale e il corpo mortale. Nell’uomo si hanno, inoltre, la tendenza al bene, sorretta dall’anima, e la tendenza al male, sorretta dal corpo. Inizia così un dualismo che percorrerà tutta la storia del pensiero filosofico fino ai nostri giorni. Senza l’orfismo noi non potremmo spiegare Pitagora, Eraclito, Socrate, Platone e i filosofi che a loro si rifanno. In tal modo, il dualismo esce dalla storia evolutiva dell’uomo per entrare nella riflessione filosofica. 

La possibilità di continuare a vivere dopo la morte è una caratteristica specifica dell’orfismo. La filosofia non ne è stata ancora contaminata. La profonda influenza, tuttavia, che il dualismo degli orfici eserciterà sul pensiero di Platone avrà la conseguenza inevitabile d’introdurre la nozione di “immortalità” nella filosofia greca, Socrate, che pure molto aveva attinto dagli orfici, definendo l’anima come “intelligenza”, l’aveva privata dell’immortalità. Platone, diversamente da Socrate, attua una fondazione dell’anima la cui caratteristica primaria è proprio l’immortalità. Per fare questo, tuttavia, egli dovrà inventare la metafisica.

Il dualismo degli orfici è la premessa fondamentale della metafisica di Platone, che si articola, com’è ben noto, in tre punti essenziali: a) la teoria delle idee, b) la teoria dei principi primi e c) la dottrina del demiurgo. Per la nostra analisi, assume particolare rilevanza il demiurgo e la sua opera di creazione del mondo. Il demiurgo di Plarone, sebbene crei il mondo, non ha nulla in comune con il dio della Bibbia. Il demiurgo è, per così dire, un dio filosofico e non il Dio di una qualsiasi religione. Non è né il dio degli orfici né il Dio della Genesi. Non è un dio che si supplica per chiedere favori: non è un dio personale. Se lo fosse, la filosofia diventerebbe religione. Il demiurgo è il dio della ragione, nello stesso modo in cui è razionale tutto il pensiero greco. La filosofia e la religione, nonostante l’influsso dei misteri orfici sulla filosofia, sono e restano due ambiti separati. Bisognerà attendere l’arrivo del cristianesimo per metterle in relazione, a cominciare dalle opere di Filone d’Alessandria.

L’immortalità e la metafisica sono caratteristiche essenziali della religione. Per avere una visione più approfondita di essa, tuttavia, è necessario far riferimento anche al misticismo. Per tutti i credenti di ogni forma di religione, la visione e il contatto diretto con la divinità saranno possibili solo dopo la morte., come ricompensa di una vita onesta e rispettosa. Per alcuni eletti esiste, però, la possibilità di avere un contatto personale con la divinità già in questa vita: è l’unione mistica con dio. Tutti i credenti dovranno attendere la morte per iniziare un viaggio spirituale che li porterà al cospetto della divinità. Pochi di loro possono fare questo viaggio quando sono ancora in vita: i mistici. L’idea dell’unione mistica con la divinità si è manifestata all’interno delle religioni per millenni. Si ritrova, in particolare, nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islamismo. Alcune religioni, come l’ebraismo, lo favoriscono, mentre altre, come il cristianesimo, lo sopportano a mala pena. Non è mia intenzione addentrarmi in un’analisi del misticismo. Mi propongo, invece, di tentare una spiegazione delle tecniche usate dai mistici per raggiungere l’unione mistica con la divinità, perché, così facendo, emergerà un aspetto importante della religione secondo la linea evolutiva dell’uomo che abbiano fin qui privilegiato.

L’esperienza mistica, nel racconto dei mistici, presenta alcuni tratti comuni: l’impressione che la mente si stacchi dal corpo per librarsi sopra di esso (il superamento dei limiti spaziali), il diffondersi di una luce abbagliante verso cui la mente tende, la gioia irrefrenabile e l’orgasmo nel fondersi con la divinità. Neuroscienziati e antropologi si sono chiesti in quali condizioni e in che modo alcuni uomini riescono a raggiungere l’estasi mistica. 

Ricerche hanno evidenziato che coloro i quali riescono a raggiungere l’estasi mistica hanno messo in atto pratiche mentali che permettono loro di staccare, dal controllo generale del funzionamento del cervello, un fascio di neuroni, collocati sulla parte posteriore del lobo parietale sinistro. Questi neuroni, una volta liberati dal controllo del resto del cervello, rilascerebbero una serie di impulsi che attraverserebbero il sistema limbico fino all’ipotalamo. L’ipotalamo è un’area del cervello che presiede all’azione degli oppioidi e svolge principalmente la funzione di rilasciare le endorfine. Si può, pertanto, formulare l’ipotesi che lo stato di estasi che si raggiunge al vertice della meditazione altro non sia che un picco nel processo di produzione degli oppioidi. In ogni caso, tale effetto è il risultato dell’autostimolazione del mistico. E’ lo stesso mistico che mette in pratica una tecnica che produce nell’ipotalamo il rilascio di oppiacei che determina uno stato di trance da cui dipende la visione della luce folgorante, dell’uscita della mente dal corpo e dell’unione mistica con la divinità. Qualunque sia la tecnica usata dai mistici per raggiungere l’estasi, una cosa è certa: essi hanno scoperto il modo per ridurre l’afflusso dell’ossigeno al cervello o per costringere l’ipotalamo a emettere oppiacei per alterare la locazione spaziale della mente.

Com’è stato messo in luce da recenti ricerche delle neuroscienze, molte pratiche religiose appartengono a quel tipo di attività che stimolano la produzione di endorfine nel cervello. In tutte le religioni esistono pratiche che procurano sofferenze e tensione. Si pensi, per esempio, al digiuno, alle danze spossanti, ai riti d’iniziazione. Queste pratiche impongono al corpo livelli di stress che sono bassi ma persistenti. Queste condizioni sono proprio quelle più efficaci per costringere il cervello a emettere le endorfine. Le endorfine, a loro volta, producono in noi la sensazione di essere più sereni e meglio predisposti verso gli altri. Sembrerebbe, quindi, che le pratiche religiose fossero state deliberatamente programmate per scaricare sul nostro cervello la quantità necessaria di oppioidi per farci affrontare meglio le incertezze della vita. Se ciò è vero, allora la forza che i credenti traggono dalla religione è mediata da certe attività del cervello che, stimolate opportunamente e sapientemente, producono gli effetti desiderati.

Le analisi fin qui svolte sulla religione possono essere ricondotte a un punto di vista che possiamo denominare “empirista” e “monista”. Empirista perché la religione è intesa come prodotto e invenzione della mente umana. Monista perché si esclude l’esistenza autonoma di qualsiasi entità al di fuori dell’esperienza religiosa, che possa dar adito a qualsiasi forma di dualismo. Tutto ciò che esiste nella cultura (scienza, arte, etica, religione) è giustificabile esclusivamente dalla storia evolutiva degli esseri umani.

Il punto di vista empirista, che io ho preferito, tuttavia, non è l’unico. Ne esiste un altro il quale sostiene che la religione è indipendente dalla nostra esperienza evolutiva. Lo possiamo definire “punto di vista trascendentista e dualista”.

Il trascendentismo è una dottrina religiosa secondo cui all’origine vi è una divinità (di solito ritenuta eterna) che crea il mondo e l’uomo. L’uomo, in quanto creatura divina, occupa un posto privilegiato nel creato (in alcune religioni è simile a dio). L’uomo esprime gratitudine a dio riconoscendone l’esistenza e rispettandone i precetti (il più delle volte, codificati in una dottrina teologica ed etica). Dio è il creatore e l’uomo la sua creatura. Solo all’uomo, per il posto privilegiato che dio gli ha assegnato nell’universo, è concesso di ritornare a dio dopo la morte del suo corpo. Liberato dal corpo, il suo spirito può vivere nell’immortalità. 

Si ripresenta qui, in tutta la sua portata, il dibattito “evoluzione contro creazione”, che, da quando Darwin ha pubblicato L’origine delle specie nel 1859, non si è mai spento. Non è mia intenzione riprendere il dibattito tra evoluzionisti e creazionisti. La mia scelta è a favore degli evoluzionisti. Il vero problema, a mio modo di vedere, riguarda la natura e il ruolo della religione nel mondo contemporaneo, che svolgerò nelle pagine seguenti.

La relazione tra religione e società è biuniva : va dalla religione verso la società e dalla società verso la religione. Il primo senso di direzione si ha quando la religione esprime la sua autorità mediante la coesione e il controllo sociale. Tale stato di cose è rinvenibile in tutte le società e in tutti i tempi. Il secondo senso di direzione (dalla società verso la religione) si ha quando i rappresentanti di uno Stato prendono decisioni che favoriscono una religione a scapito di altre. Esempio tipico può essere la decisione dell’imperatore Costantino di dichiarare il cristianesimo come religione di Stato. In tal modo, egli non soltanto garantì al cristianesimo un futuro sicuro, ma mise in crisi profonda le religioni fin lì dominanti. Ogni Stato, in ogni tempo, ha sempre trovato il miglior modo per instaurare questo rapporto biunivoco con la religione, com’ è attestato dallo sviluppo storico dell’umanità.

La relazione tra religione e società, fin qui considerata diretta, può essere mediata dall’etica. Ciò significa che l’etica interviene nella relazione tra religione e società. Prima ancora di esaminare come ciò possa avvenire, dobbiamo rispondere alla domanda: di quale etica stiamo parlando?

A prescindere dalle diverse concezioni dell’etica date nella storia del pensiero filosofico, se consideriamo l’etica rispetto alla sua origine, ne troviamo fondamentalmente due: a) l’etica che deriva da una dottrina teologica che esprime la natura di una certa divinità, e b) l’etica che scaturisce dalla coscienza dell’uomo.

Nel primo caso, l’etica è al servizio della religione e ne rafforza l’autorità nell’esercizio della coesione e del controllo sociale. L’etica è circoscritta all’ambito di senso di una religione e non vale per le altre religioni.

Nel secondo caso, l’etica è indipendente dalla religione e si pone come sua alternativa. L’etica si eleva sopra tutte le religioni ed è universale. Nel futuro dell’umanità, tale etica potrà risolvere le sfide che provengono dalla scienza e dalla tecnologia proprio sostituendosi alle religioni, le quali, impegnate a difendere le loro specificità, riveleranno la loro incapacità e impotenza.

Se consideriamo lo sviluppo storico dell’umanità, allora troviamo che le due concezioni dell’etica si sono manifestate in luoghi e tempi diversi. L’etica che discende da una dottrina teologica ha caratterizzato le società arcaiche fino alla metà del secolo scorso, ossia in un lungo periodo di tempo in cui le generazioni umane si succedevano per lenta trasformazione. Dopo l’esplosione delle ricerche scientifiche, a iniziare dallo scoppio della seconda guerra mondiale, sia nella conoscenza dell’universo (l’esplorazione dello spazio) sia nella conoscenza dell’origine della vita, l’umanità ha subito cambiamenti così radicali da cui sono nate sfide che non sappiamo ancora affrontare. Quali sono queste sfide?

La sfida più importante ci viene dalla biologia e riguarda la possibilità di creare l’”uomo nuovo”. Ciò pone la domanda: dove stiamo andando? La risposta è complessa perché riguarda le previsioni circa il futuro dell’umanità. Nel formulare tali previsioni, prenderò in esame i due livelli di conoscenza che ritengo fondamentali: quello che sta alla base ed è rappresentato dall’evoluzione della specie umana, e quello che sta al vertice ed è rappresentato dalla religione. Sono profondamente convinto che, solo ricercando in questi livelli, sia possibile diradare le nebbie che oggi avvolgono l’umanità.

Nell’ambito del livello evolutivo, dobbiamo cercare di capire se la selezione naturale opera ancora come guida dell’evoluzione. Questo dubbio trova la sua giustificazione nel fatto che, grazie ai risultati straordinari conseguiti nella genetica e nella biologia molecolare, è possibile che i cambiamenti ereditari non dipendano più dalla selezione naturale ma dalle scelte sociali che faranno le istituzioni politiche che detengono il potere. L’umanità, avendo acquisito una conoscenza scientifica precisa e rigorosa della struttura genetica umana, potrà decidere, se lo vorrà, di evolversi diversamente da come ha fatto finora la natura. Se questi progressi della conoscenza biologica fossero realizzati, anche solo parzialmente, allora l’umanità si troverebbe nella condizione  di poter controllare il suo destino ultimo. Essa potrebbe decidere di modificare non solo l’intelligenza e l’anatomia dell’essere umano, ma anche le sue emozioni e la sua creatività. In qualsiasi modo fossero fatte le scelte politiche fondamentali, una cosa è certa: l’uomo sta per affrancarsi dalla selezione naturale. L’umanità ha raggiunto uno stadio del suo sviluppo in cui potrà decidere che cosa diventare. Tale trasformazione richiede, tuttavia, l’esplicitazione dei fini verso cui tendere. Quali fini? Chi li sceglie? Chi li impone? E’ fin troppo evidente che, se non saranno trovate le adeguate soluzioni ai problemi posti dalla scienza per la manipolazione genetica dell’uomo, l’umanità si avvierà inevitabilmente verso la propria autodistruzione.

Nell’ambito del livello più alto, rappresentato dalla religione, dobbiamo stabilire se essa può esercitare la saggezza necessaria per salvare l’umanità dall’autodistruzione avviata dalla conoscenza scientifica della struttura genetica umana. Da un’analisi attenta e senza pregiudizi, la religione è caratterizzata da “luci” e da “ombre”. La luce di maggior splendore è che essa è stata una carta vincente dell’evoluzione, poiché ha contribuito, in maniera determinante, alla sopravvivenza della specie umana. Le ombre, che diventano tenebre minacciose, si manifestano in guerre sanguinose. Fin dai tempi più antichi, nel nome di dio sono state scatenate violenze di ogni tipo e l’umanità è stata costretta a vivere in uno stato quasi perenne di bellicosità. Se consideriamo la storia umana degli ultimi diecimila anni, allora troviamo che la maggior parte del tempo è stata impiegata per combattere e che i brevi periodi di pace sono serviti per preparare nuove guerre. Da questo punto di vista, possiamo definire l’uomo come un “essere belligerante”. Le luci e le ombre della religione si alternano e si mescolano accompagnando di pari passo lo sviluppo storico dell’umanità.

Chiediamoci, a questo punto, se la religione, essendo universalmente diffusa nelle diverse regioni della Terra, possa esercitare la saggezza. Ciò è possibile, ma a una condizione: eliminare le ombre al suo interno in tutte le sue manifestazioni. Esiste veramente questa possibilità? I rappresentanti delle più importanti religioni del mondo, riuniti in Parlamento a Chicago nel 1993, hanno affrontato questo argomento. La soluzione che essi hanno proposto, tuttavia, non consiste nella ricerca di un’armonia universale fra tutte le religioni, bensì nella fondazione di un’etica universale minimale. Ciò significa che essi stessi non hanno ritenuto possibile che ogni singola religione possa uscire dallo specifico della propria dottrina teologica per collaborare, insieme a tutte le altre religioni, a un progetto universale di miglioramento dell’umanità.

I rappresentanti di tutte le religioni del mondo (cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, cristiani ortodossi, induisti, buddisti, giainisti e altri), preso atto che il nostro mondo sta attraversando una crisi fondamentale che investe l’economia, la politica, l’ecologia, hanno approvato a Chicago una Dichiarazione per un’etica mondiale (pubblicato col titolo A Global Ethic. The Declaration of the Parliament of the World’s Religions, con un commento del teologo Hans Kueng), in cui propongono la costituzione di un’etica globale (universale), che presenta le seguenti caratteristiche: una regola aurea e quattro imperativi.

La regola aurea esprime un principio che da millenni si trova in molte tradizioni religiose dell’umanità: Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te. Questa regola, immutabile e incondizionata, dovrebbe valere per tutti gli uomini, indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla razza, dalla religione, dalla lingua, dalle convinzioni politiche.

I quattro imperativi fondamentali sono: non ucciderenon rubarenon mentirenon commettere atti impuri.

L’etica mondiale delle religioni, basata sulla regola aurea e sui quattro imperativi, deve essere tenuta distinta dal diritto, dalla politica e dalla filosofia.

La Dichiarazione del Parlamento delle religioni non ha voluto riproporre, sotto altre forme, i contenuti della Dichiarazione dei diritti dell’uomo enunciati dalle Nazioni Unite. L’etica è qualche cosa di più del diritto, anzi ne è il fondamento. Essa, pertanto, intende dare, alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, una base etica che induca a rispettare i patti sanciti sul piano del diritto.

Parimenti il piano etico va distinto da quello politico e dalle teorie dello Stato che tale piano interpreta. Se l’etica mondiale si esprimesse in merito a questioni di politica nazionale o internazionale, potrebbero sorgere fraintendimenti sul suo effettivo ruolo e le sue finalità ne risulterebbero compromesse.

L’etica mondiale delle religioni è sempre pronta ad accogliere i suggerimenti che provengono dalla filosofia, senza tuttavia aderire a nessuna delle teorie filosofiche sull’etica.

Nella ricerca della saggezza per trovare soluzioni alle sfide imposte dalla scienza, la prima possibilità è stata data alla religione, la quale, purtroppo, si è rivelata incapace di svolgere tale impegnativo compito. Non volendo rinunciare alla ricerca, possiamo scendere di un livello, ove è situata la scienza (e la tecnologia), e chiederci se essa possa riuscire dove la religione ha fallito. Non servono approfondite analisi per capire che la scienza, proprio per la sua natura, incontrerà maggiori difficoltà. La scienza è un mondo rarefatto di teorie, leggi e concetti che solo gli addetti ai lavori sanno comprendere. Tutti gli altri uomini ne sono categoricamente esclusi. Il tentativo di conferire alla scienza (e agli scienziati) il ruolo di risolvere i problemi dell’umanità è sempre fallito, poiché la scienza, rispetto alla saggezza (che è equilibrio tra ragione e sentimento) è in grado d’interpretare al massimo grado l’istanza della ragione, mentre è del tutto incapace di comprendere le ragioni del cuore. In conclusione, anche la scienza è incapace di risolvere il problema di definire la nuova immagine dell’uomo.

Da un punto di vista razionale e laico, potremmo desiderare di disintossicare l’umanità dalla droga della religione e proporne l’abolizione. In tal caso, tuttavia, dovremmo proporre con che cosa sostituirla. Questo qualcosa dovrebbe avere tutte le caratteristiche positive e nessuna caratteristica negativa della religione. Potrebbe essere la scienza? No, perché la scienza, non solo non evita le guerre (la seconda guerra mondiale ne è un tipico esempio, con l’uso delle bombe atomiche in Giappone), ma non è neanche in grado di creare il senso di appartenenza come la religione (i conflitti tra le stesse comunità scientifiche ne sono una prova). Questo qualcosa, purtroppo, è ancora da inventare. Fino ad allora, sarà la religione a tenere il timone dell’umanità, nonostante le sue contraddizioni.

Il discorso fin qui svolto ci ha portato a concludere che, di fronte al problema di superare i mali che affliggono oggi l’umanità, tra cui le scelte per la creazione di una nuova immagine dell’uomo, le religioni hanno dichiarato la loro impotenza mentre hanno espresso fiducia in un’etica mondiale. Tale etica è, però, realizzabile? La regola aurea e i quattro imperativi proposti nella Dichiarazione di Chicago possono superare le difficoltà insite nelle dottrine teologiche delle religioni? Sì, se l’etica prefigurata diventa operativa. Sono solo due le possibilità affinché ciò avvenga: che l’etica interiorizzata o imposta. Interiorizzare una concezione etica significa portare i suoi principi, imperativi e norme nella propria coscienza e farli assurgere a ragioni delle proprie azioni. 

Qual è la probabilità che oggi l’umanità intera interiorizzi la concezione etica proposta nella Dichiarazione? E’ inutile farsi illusioni: la probabilità è uguale a zero. Da ciò segue che la proposta di costituire un’etica mondiale è di per sé affascinante e di enorme valore ideale, ma è solo un sistema teorico di scarsa utilità pratica. Se la religione è incapace di risolvere le sfide presenti e future dell’umanità, allora anche l’etica mondiale, se non trova pratica attuazione, rivelerà, per ragioni diverse, la stessa incapacità.

Se è praticamente impossibile agire nel presupposto di un’etica condivisa, qual è allora la probabilità di attuare un’etica imposta? Chi ha la capacità d’imporre una concezione etica? La risposta va ricercata nelle forme di governo. Al tempo presente, è in atto un processo che tende a estendere in tutti i paesi del mondo i principi e le regole della democrazia, nella convinzione che, solo in tal modo, si possa garantire a tutti gli uomini il godimento dei diritti soggettivi e sociali.

La democrazia è veramente in grado di definire la nuova immagine dell’uomo? E’ proprio nell'esercizio dei diritti acquisiti che ogni uomo vorrebbe partecipare alle decisioni riguardanti il suo futuro. Se la decisione da prendere riguarda la nuova immagine dell’uomo, da creare con le tecniche della più avanzata ingegneria genetica, la diversità di opinioni al riguardo sarebbe enorme. Al limite, ogni uomo potrebbe avere la sua opinione personale, che cercherebbe di far prevalere sulle altre poiché in essa lui crede con profonda convinzione. Il risultato sarebbe una specie di “torre di babele”, in cui tutti parlano ma nessuno comprende ciò che gli altri dicono. Sarà mai possibile prendere una qualsiasi decisione in tali condizioni, soprattutto se essa si riferisce al futuro della specie umana? Francamente, ritengo di no.

Se anche la democrazia rivela la sua impotenza, che fare? Rassegnarsi a un destino che preannuncia l’estinzione della specie umana o continuare a ricercare una soluzione alternativa valida? Chi scrive crede nell’etica e nella sua capacità di unire gli uomini intorno a un progetto futuro. Ma tale progetto, per realizzare il bene comune, se necessario, deve essere imposto. Se non può essere imposto da uno stato democratico, allora bisogna guardare nella direzione di una diversa forma di potere statale. Chi può avere l’autorità e il potere d’imporre un’etica globale all'intera umanità se non una Comunione di saggi al cui vertice è l’Uno illuminato? Senza remore o infingimenti, potremmo denominare l’”Uno illuminato” come “Tiranno illuminato”, premettendo che il tiranno di cui qui si parla non è il tiranno che abbiamo conosciuto nella storia dell’umanità, dal tiranno di Siracusa a Hitler. Il Tiranno illuminato è, invece, un uomo dotato di grande carisma, di eccezionali doti intellettive e di profonda saggezza. Egli deve saper coniugare la ragione con i sentimenti, che sono i pilastri che sorreggono l’uomo integrale. Egli deve essere in grado di comprendere i bisogni materiali dell’umanità, ma deve anche saperli plasmare con i più alti valori spirituali (il vero, il bene, il giusto, il bello). Un uomo con queste qualità governerà non con il terrore ma con il consenso, poiché tutti riconosceranno e accetteranno la sua guida illuminata. Un uomo così potente, autorevole e saggio saprebbe in quale direzione orientare i cambiamenti genetici resi possibili dalla scienza per la creazione dell’uomo nuovo. Sottomettendosi alla sua guida illuminata, l’umanità potrebbe evitare il rischio dell’autodistruzione.

Il Tiranno illuminato, tuttavia, non nasce dal nulla o dalla mente di Giove come Minerva. Il suo avvento deve essere preparato già da ora da uomini di qualità, senza distinzione di sesso, colore della pelle, lingua, religione e cultura, che io chiamo “Illuminati”. Sono proprio loro che creeranno le condizioni storiche e sociali da cui emergerà, al momento giusto, colui che dovrà assurgere a Guida suprema dell’Umanità.

Si potrebbe obiettare che un uomo come quello che io ho delineato non esiste. Anche se esistesse, dovrebbe emergere dalla democrazia. Come potrebbe, infatti, un uomo che vive in uno stato democratico, ove esiste la tendenza a livellare verso il basso l’umanità, acquisire il potere e l’autorità di governare il mondo come Tiranno illuminato? Già in condizioni normali sarebbe impossibile. Le condizioni attuali in cui versa l’umanità stanno degenerando gradatamente, per cui è facile prevedere che si arriverà a un punto in cui le regole sociali saranno rotte e si scivolerà inevitabilmente nell’anarchia. A quel punto, come Aristotele ha dichiarato, il superamento dell’anarchia sarà possibile solo con l’avvento del tiranno cui si delegheranno tutti i poteri, a condizione che egli riporti l’ordine nella società e garantisca la sopravvivenza degli esseri umani. E’ solo in questo stadio dell’umanità che potrebbe fare la sua comparsa il Tiranno illuminato. A differenza di tutti gli altri tiranni, egli, dotato delle qualità già descritte, potrà guidare l’evoluzione della specie umana. Sarà lui, e solo lui, assistito da scienziati e da saggi, a decidere come creare l’uomo nuovo. Il tempo del suo avvento, tuttavia, non è vicino. E’ possibile, intanto, che l’umanità sprofondi nell’anarchia più pura e non riesca a sopravvivere.

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